Primarie Pd: il rito di popolo si è consumato, ma resta il nodo del rapporto con il M5s

«La prima scommessa è vinta. Le primarie a Roma e Bologna sono un successo di popolo e pure in epoca Covid hanno affluenza come in epoca pre Covid. Il successo di Lepore e Gualtieri dimostra che abbiamo avuto ragione a non aver paura e farle perché il popolo di centrosinistra è con noi. Avanti».Il respiro di sollievo per l’affluenza «dignitosa»Il segretario del Pd Enrico Letta, che è tale solo dal marzo scorso dopo le drammatiche dimissioni di Nicola Zingaretti, a gazebo smantellati può tirare non uno ma due respiri di sollievo. A Roma e Bologna è stato evitato il flop della partecipazione che si è registrato solo una settimana fa a Torino, dove hanno partecipato alle primarie poco più di 11mila elettori del Pd e del centrosinistra, meno delle firme raccolte dai vari candidati: 45mila nella Capitale e 25mila nella rossa Bologna – anche se uno dei sette candidati romani, Giovanni Caudo, allunga ombre sulla festa di popolo contestando il dato ufficiale del Nazareno («i votanti sono stati non più di 35mila») – non sono cifre esaltanti ma testimoniano una certa vitalità dello strumento primarie a 16 anni dal suo grande test, quello del 2005 con oltre 4 milioni di elettori accorsi ad incoronare Romano Prodi candidato premier dell’allora centrosinistra.Loading…Un referendum su candidati già scelti a Roma?Ma proprio il fondatore dell’Ulivo, che pronunciò la famosa frase «alle primarie deve scorrere il sangue», ci riporta al limite di queste primarie nelle città post pandemia: lungi dall’essere lo strumento per far scegliere al popolo del Pd e dei piccoli partiti del centrosinistra i candidati migliori sono apparsi ai più dei referendum su candidati già scelti dalla “ditta”. E le stesse parole di Letta («il successo di Lepore e di Gualtieri dimostra che abbiano avuto ragione a non aver avuto paura…») sono lì a testimoniare che se il “popolo” avesse investito su candidati alternativi sarebbe stata una tragedia per i dirigenti. A Roma, addirittura, la senatrice Monica Cirinnà, una delle poche candidate donna, è stata indotta a rinunciare per non mettere in pericolo il successo dell’ex ministro dell’Economia già investito. Diversamente, a Bologna, il successo della giovane candidata renziana e sindaca di San Lazzaro Isabella Conti con il suo 43% è un campanello d’allarme per la “ditta”: c’è una buona fetta di elettori tradizionali del centrosinistra che non si riconosce nella strategia dell’alleanza con il M5s e vorrebbe un rinnovamento di classe dirigente.Letta e il percorso ad ostacoli del nuovo centrosinistraAd ogni modo la vittoria di Lepore, che ha ricevuto nei giorni scorsi l’endorsement dall’esterno dello stesso leader in pectore del M5s Giuseppe Conte, conferma a Letta che la strada per arrivare a battere il centrodestra è quella giusta anche se ancora all’inizio e irta di ostacoli. I pentastellati appoggeranno dunque Lepore già al primo turno (diversamente avrebbero presentato un loro canddiato se avesse vinto Conti) e a Napoli c’è già un candidato comune nella persona dell’ex ministro Gaetano Manfredi. Mentre a Milano, e soprattutto a Roma e a Torino, Pd e M5s andranno alle urne da nemici. Particolarmente difficile appare ora la sfida romana per Guatieri: oltre a dover correre contro la sindaca uscente Virginia Raggi sostenuta dal M5s dovrà vedersela anche con Carlo Calenda, ex Pd e leader di Azione che si è rifiutato di correre alle primarie, con il rischio che il voto del centrosinistra si disperda mandando al ballottaggio contro il candidato del centrodestra Enrico Michetti proprio la sindaca uscente.Pd-M5s: alleanza a geometria variabileUn costituendo nuovo centrosinistra (quello dell’allenza tra Pd e M5s) che si conferma dunque difficoltoso e a geometria variabile e che, con l’incorazione di Conte leader del M5s 2.0 che dovrebbe infine arrivare nei prossimi giorni, sarà molto incentrato sulla competition interna tra i due ex premier, Conte e Letta, per strappare all’alleato-avversario pezzi di elettorato. Il tutto mentre a destra si parla addirittura di partito unico sul modello francese.