La nuova cortina di ferro che divide l’Europa sui diritti

Genova – L’Ue si spacca tra uno schieramento critico verso l’Ungheria che include quasi tutta l’Europa occidentale, mentre l’Europa orientale appare riluttante ad agire contro Orbàn. Le controversie in Europa sulla normativa ungherese contro la “promozione di contenuti omosessuali” stanno dimostrando che i diritti legati all’identità di genere sono attualmente uno dei temi etico-politici maggiormente oggetto di conflitto. Del resto il dibattito italiano (e con la Santa Sede) sul ddl Zan prova quanto la questione sollevi tensioni parti del continente. Ma merita attenzione anche un altro fatto.L’Unione si sta spaccando in questi giorni tra uno schieramento critico verso l’Ungheria che include quasi tutta e quasi solo l’Europa occidentale, mentre l’Europa orientale nella sua larghissima maggioranza appare riluttante ad agire contro Orbàn, il suo governo, le sue ricorrenti e sempre più ostentate violazioni dei diritti umani. Il fatto che il continente risulti oggi diviso come da un nuovo confine che coincide o quasi con l’antica “cortina di ferro” non è necessariamente destinato a ripetersi, ma dovrebbe dare da pensare.La legge ungherese contro la “promozione di contenuti omosessuali” e trans-gender presso le persone sotto i 18 anni equipara di fatto l’omosessualità a una forma di immoralità, che negli adulti può essere al massimo tollerata, ma dalla quale i minori andrebbero difesi come se fosse una possibile causa di corruzione.La norma approvata dal parlamento ungherese pressoché unanime ricalca abbastanza da vicino la normativa russa del 2013 contro la “propaganda gay”. Ed è possibile anzi probabile che approvandola il partito Fidesz che domina il paese magiaro abbia messo ampiamente in conto un ulteriore inasprimento dei rapporti già difficili con la presidenza della commissione europea e con gran parte dell’Unione. La mozione di condanna, promossa dal governo belga, è stata fatta propria da tutti i paesi occidentali, con le eccezioni (che saranno da capire) del Portogallo e della piccola, e non molto trasparente, Malta; e con l’adesione di quelle “repubbliche baltiche” (Estonia, Lettonia, Lituania) che erano state per diversi decenni letteralmente incorporate dall’Unione Sovietica.Mentre tutti gli altri paesi dell’Europa orientale hanno rifiutato la loro firma. Il “gruppo di Visegrad” composto da Ungheria, Polonia, repubblica Ceca, Slovacchia, sembra ora essersi allargato all’area balcanica, includendo Slovenia, Croazia, Bulgaria, Romania. È possibile che questa spaccatura sia dovuta a cause specificamente legate ai temi oggetto della legge ungherese. Non dobbiamo infatti dimenticare l’arretratezza socio-culturale di grandi aree di questi paesi: nei lunghi decenni di comunismo si sono adeguati, come del resto la stessa Russia, a un’ideologia “progressista” che però non è andata molto oltre la superficie dei costumi diffusi, e ha lasciato vivere un radicato sottofondo di tradizioni e credenze tuttora forti. Ma al di là del tema in discussione, l’Europa orientale (a cominciare dall’Ungheria e dalla Polonia) ha più volte dimostrato una sensibilità minore in tutta la materia dei diritti umani rispetto a quella occidentale.A prima vista la cosa potrebbe apparire sorprendente visto che per quasi 50 anni proprio quei paesi hanno subito una terribile oppressione, ma dobbiamo ricordare anche e soprattutto le continuità che sono rimaste in tutto il vecchio “blocco sovietico” , nei gruppi di potere come nelle forme di gestione del potere, e che nessuno ha mai cercato veramente di superare. Dichiararsi ideologicamente anticomunisti e democratici può essere facile anche per leader e apparati che si sono formati nelle burocrazie, nelle polizie, nei sistemi spionistici, delle vecchie dittature, tanto più se si è proceduto frettolosamente a cambiamenti di regime che non hanno neppure cercato di fare luce sui crimini del passato.E poi quei regimi sono stati frettolosamente cooptati nell’Unione, legittimando senza troppe verifiche i loro gruppi dirigenti, e anche a costo di vere e proprie falsificazioni storiche: per esempio i crimini croati negli anni di guerra della ex-Jugoslavia sono stati pressoché cancellati ed è stata fatta passare la comoda “verità” per cui tutte le responsabilità erano di parte serba.Dopo, le sempre più frequenti provocazioni dell’Ungheria e della Polonia contro i princìpi minimi dello stato di diritto sono state oggetto di condanne verbali, ma condonate di fatto in nome del valore “superiore” dell’unità, dando ai loro governanti una sensazione di impunità: “uomini forti” contro un’Unione debole e chiacchierona.Che l’Europa si spacchi su diritti “nuovi” come quelli degli omosessuali, quando tanti abusi sono stati permessi contro princìpi antichi come la libertà di stampa dovrebbe farci riflettere sul modificarsi dell’idea di stato di diritto. Alla fine, comunque, la storia presenta il conto a chi ha voluto ignorarla. E dovremmo riflettere anche su un altro aspetto: la Polonia in primo luogo, ma anche l’Ungheria e i paesi dei cechi e degli slovacchi che sono stati invasi dai carri armati sovietici nell’ultimo mezzo secolo o poco più, dovrebbero essere i più decisi a osteggiare l’azione politica di Putin.Del resto, proprio in questi giorni stanno prendendo posizione contro i tentativi di apertura diplomatica verso la Russia proposti da Francia e Germania. Ma se ci sono potenze che hanno tutto da guadagnare dalla spaccatura dell’Europa sono proprio Russia e Cina, ed è lecito dubitare che davvero Orbàn e i leader degli altri paesi dell’ex-area di dominazione sovietica non se ne rendano conto.