Femminicidi, la psicologa genovese Daniela Armanda Ratti: “Basta parlare di follia. La violenza nasce da un senso di possesso”

Daniela Armanda Ratti, psicologa della Asl3 genovese“Dobbiamo arrivare ad una vera educazione ai sentimenti”. L’ultimo episodio ieri a Ventimiglia, che ha seguito di poche ore quello di Castelnuovo Magra, nello SpezzinoMarco Menduni

13 Giugno 2021

Genova – Cresce la sensibilità sociale sul tema della violenza contro le donne. Però i femminicidi non si fermano, anzi: è un’impennata tragica, quella che tocca l’Italia intera e, negli ultimi giorni, anche la Liguria. L’ultimo episodio ieri a Ventimiglia, che ha seguito di poche ore quello di Castelnuovo Magra, nello Spezzino. Portando entrambi, dopo la tragedia, il consueto bagaglio di polemiche e riflessioni. «Accade perché le persone non sono le stesse. E perché sono due circuiti che non si toccano. Da una parte c’è una società che ha compreso e sempre più si mobilita. Dall’altra maschi che per motivi culturali, ma non solo, non sono minimamente sfiorati da tutta quell’azione di sensibilizzazione che attraversa la società stessa».Daniela Armanda Ratti è una psicologa con 40 anni di militanza nell’Asl 3 genovese. Psicoterapeuta di Salute mentale, è esperta in tematiche di disagio psicosociale. Da sempre si occupa di tematiche inerenti alle questioni di genere, anche rispetto al tema della violenza, e ha partecipato a diversi progetti europei.Qual è il motivo scatenante della violenza contro le donne, che sfocia anche nell’omicidio?«Di solito, sempre lo stesso. Un malinteso senso del possesso che, nell’ottica di questo genere di persone, valida, conferma. Qualunque tentativo della donna di rendersi autonoma è vissuto come qualcosa di inaccettabile, di intollerabile. Ancora di più la decisione di rifarsi una vita, da sola o con un’altra persona».La donna come propaggine di sé senza alcuna possibilità di scelta.«Nel senso: io esisto per quanto tu sei mia».Si può parlare di azioni dettate dalla follia?«No. E smettiamola di parlare di raptus per cercare di giustificare certi episodi. Quando vengono analizzati, si scopre che solo una parte infinitesimale possono trovare origine in quella che nel linguaggio corrente si definisce follia. Non esiste la follia temporanea, che emerge in un dato momento e non c’è né prima né dopo».C’è un deficit culturale alla base dei femminicidi?«C’è una prevalenza di motivazioni legate alla cultura. Ma attenzione: non è sempre così. Anche in contesti culturalmente più elevati affiorano comportamenti che magari non sfociano nell’omicidio ma che sono pesantissimi da sopportare per le vittime. Come la violenza psicologica o quella economica: la donna soggiogata dalla sua mancanza di indipendenza, la donna che deve chiedere qualche euro anche solo per comprare un paio di calze».Qualche esempio?«Io ho ascoltato racconti terribili da parte di mogli o compagne di uomini che quando si parla di loro si esclama: chapeau! Invece c’è un retroscena di vita di relazione di costante prevaricazione. La leva dei soldi è di solito la più umiliante: io sono potente, tu non sei nessuno».Così assistiamo a questo doppio binario. Una società sempre più attenta al fenomeno, una serie di episodi che sembrano fuggire a ogni controllo.«Sì, perché è come stessimo parlando di anelli concentrici che non si toccano. C’è questa società che cerca di esprimersi con atti fortemente simbolici, come le panchine rosse, le scarpette rosse, i flash mob. Dall’altra però ci sono maschi che non vengono assolutamente raggiunti da questi messaggi. E’ come se non esistessero, come se appartenessero a un linguaggio sconosciuto o per loro assolutamente incomprensibile o comunque completamente ignorato».Quindi, quali sono le armi contro la violenza?«Torniamo sempre al punto di partenza. Tutte le iniziative in campo sono assolutamente lodevoli, ma giocoforza dobbiamo arrivare a una vera educazione ai sentimenti. Non in senso letterario ma pratico. La possibilità che qualcuno, all’interno di una relazione, possa dire “no” o “basta” senza che questo scateni ferite narcisistiche vissute come non sopportabili».Nella società, poi, azioni del genere lasciano ulteriori ferite difficilmente curabili.«Certo. Pensiamo agli orfani. Pensiamo ai figli di queste coppie, che si ritrovano con un genitore ucciso e l’altro che finisce per buona parte della sua esistenza in galera, quando non decide di farla finita a sua volta. Lo dico chiaramente: è una problematica che esiste, è gravissima, sempre di più ha numeri allarmanti ma alla quale si dà pochissima attenzione. Eppure concentriamoci un attimo e pensiamo a quale sia l’enormità di emozioni che devono sopportare questi bambini e questi ragazzi e quale sia la difficoltà per poterli recuperare a un’esistenza equilibrata».