Dalle “minors” allo scudetto, 10 anni in ascesa

Nel luglio 2011 lasciò la Robur per subentrare ai Mele: poi tante imprese e qualche screzio importante
SASSARI. La gavetta da dirigente nelle “minors” e dietro le quinte della Dinamo nell’ultima fase della gestione Mele. L’incontro con Federico Pasquini, l’ingresso in scena con la metafora dell’elefante da mangiare pezzo dopo pezzo, la capacità di rilanciare sempre e comunque e di vedere un trampolino dove gli altri vedono un approdo; gli spigoli caratteriali impossibili da smussare, che lo hanno portato ad alcuni scontri frontali rimasti negli annali. E soprattutto una bacheca piena zeppa di trofei, come neanche il tifoso biancoblù più ottimista avrebbe mai sognato.Stefano Sardara irrompe sulla scena ai primi di luglio del 2011 e la società, reduce dalla prima stagione in serie A, è sostanzialmente spacciata. La famiglia Mele ha alzato bandiera bianca dopo 6 anni, acquirenti non se ne vedono e 51 anni di storia sportiva stanno per finire nella spazzatura. Sardara, già proprietario di due squadre di basket cittadine (Robur et Fides, allenata da Pasquini, e Torres) scende in campo con una trattativa lampo. Insieme a lui ci sono due amici di vecchia data: Gian Mario Dettori, che assumerà l’incarico di vice presidente, e Giovanni Cherchi, che sino al momento della sua prematura scomparsa, nel 2013, sarà il direttore generale. Pasquini diventa direttore sportivo, coach Meo Sacchetti viene confermato. Il legame con il Banco di Sardegna, che torna a essere il main sponsor, diviene solidissimo; dal nulla compaiono decine di sponsor e partner grandi e piccoli; la società viene strutturata come un’azienda.La Dinamo inizia una cavalcata da togliere il fiato: Sassari naviga stabilmente nell’élite del basktet italiano (8 qualificazioni ai playoff su 9), diventa un’habituée delle coppe europee e tira su trofei, tanti trofei: il primo è la Coppa Italia 2013, il 2014-’15 è l’anno del triplete tricolore. L’idillio con Sacchetti finisce malamente, così come – e siamo ai giorni nostri – quello con Gianmarco Pozzecco, che dopo essere stato “reinventato” coach ha portato nella sede di via Nenni altri due trofei. Secondo alcuni è il suo grande limite, per lui sono solo dinamiche legate a un’idea di gestione societaria che non può farsi guidare dalle amicizie. In questo, di certo, è sempre stato coerente. (a.si.)