Dopo Roma e Torino Letta prende le distanze da Conte: noi siamo il Pd

«Le alleanze sono conseguenze di chi siamo, non definiscono la nostra identità. Guardiamo con interesse all’evoluzione dei Cinque Stelle e immaginiamo possibili pezzi di strada insieme ma in una logica di guida del processo: noi siamo il Pd e abbiamo l’ambizione di guidare questo Paese e l’ambizione di farlo con una coalizione di centrosinistra». E ancora: «Il tema vero è la nostra identità: se abbiamo un’identità debole, qualunque alleanza ci fagociterà. L’identità ha bisogno di iniziativa, e se l’iniziativa è forte cambia anche il quadro attorno a noi».Da Roma a Torino: la delusione per il fallimento del dialogo con il M5sSe non è un ben servito ai Cinque Stelle poco ci manca. Enrico Letta arriva alla direzione che avrebbe dovuto fare il punto sulle alleanze per le prossime comunali di ottobre sfiancato dalla trattativa inconcludente con il leader in pectore del nuovo movimento Giuseppe Conte (ma anche con il “reggente” Vito Crimi e con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio) e deluso dal doppio schiaffo di Roma e Torino, le due città in cui governano le sindache pentastellate Chiara Appendino e Virginia Raggi. Nel capoluogo piemontese, nonostante Appendino avesse annunciato per tempo la sua non ricandidatura, non si è riusciti a convergere su una personalità civica come il rettore del Politecnico Guido Saracco e la stessa Appendino, che ora sembra averci ripensato sul suo passo di lato, ha escluso anche accordi tra primo e secondo turno. Nella Capitale è andata come è andata: il pressing del Pd affinché il governatore del Lazio Nicola Zingaretti scendesse in campo contro Raggi è fallito per l’ostilità del M5s, che ha minacciato di far saltare l’accordo appena raggiunto in Regione con l’ingresso in Giunta delle due esponenti pentastellate Roberta Lombardi e Valentina Corrado. Con la conseguenza che il candidato dem Roberto Gualtieri parte azzoppato da un stop di due mesi in attesa del sì di Zingaretti che non è arrivato.Loading…I dubbi sul ruolo di Conte, comandante «in pectore» senza truppeSu entrambi i fronti Conte aveva garantito. E il punto è proprio questo: Letta e i dirigenti del Pd hanno toccato con mano nelle ultime settimane il caos in cui è precipitato il M5s, tra un passato rappresentato da Davide Casaleggio e la piattaforma Rousseau che non si riesce a superare e il futuro del nuovo M5s ecologico ed europeista a guida Conte che stenta a prendere corpo. Tanto che non è dato sapere se e quando potrà avvenire la votazione degli iscritti al movimento per cambiare lo statuto e incoronare finalmente l’ex premier capo politico perché la lista degli iscritti è detenuta da Casaleggio che non la vuole cedere. Mentre il tutto è in mano ai tribunali, con i tempi lunghi della giustizia, e la scissione in due tronconi è quasi realtà in Parlamento con l’imminente nascita del gruppo di espulsi e fuoriusciti contrari al governo Draghi e vicini alla galassia Rousseau e ad Alessandro Di Battista.La presa di distanza di Letta: noi siamo il Pd, le alleanze vengono dopoLetta, a differenza di Zingaretti prima di lui, non ha mai pensato ad un’alleanza strutturale con il M5s bensì a un dialogo del centrosinistra a guida Pd (più la sinistra di Leu e il mondo liberaldemocratico costituito dai Radicali di Più Europa, da Azione di Carlo Calenda e anche dalla renziana Italia Viva) con il M5s in vista delle prossime elezioni politiche. Dopo due mesi dalla prima direzione del neosegretario e dopo il fallimento della trattativa nelle grandi città in vista delle comunali la distanza si è accentuata. E con la distanza è cresciuta la sfiducia. Questo fatto politico ha ricaschi su due fronti importanti: l’elezione del successore di Sergio Mattarella il prossimo anno e il sistema elettorale con cui si tornerà al voto nel 2023.Ora più difficile una «maggioranza Ursula» per il QuirinaleSul primo punto è chiaro che il disegno iniziale del Pd, ossia spingere da un parte affinché Mario Draghi resti a Palazzo Chigi per garantire il varo delle riforme che devono accompagnare il Pnrr e lavorare dall’altra parte ad una maggioranza Ursula (M5s, Pd, Forza Italia e i partiti centristi) per l’elezione del prossimo Capo dello Stato, risulta più sbiadito di due mesi fa. Eleggere il Capo dello Stato senza la Lega (a questo, in fondo, puntavano fin dall’inizio i tanti scontri ingaggiati da Letta con Matteo Salvini) presupporrebbe infatti una coesione granitica di tutti gli altri partiti della maggioranza e soprattutto del partito che esprime tuttora il primo gruppo parlamentare nonostante le fuoriuscite e le scissioni, appunto il M5s. Che coesione granitica non ha né sembra avviato ad averla a breve. Tutto da rifare dunque, mentre avanza l’ipotesi di una rielezione di Mattarella sul “modello Napolitano” nonostante l’interessato abbia già dichiarato pubblicamente di considerare il suo settennato non rinnovabile.